Le opere di misericordia corporale 2. Seppellire i morti

Le opere di misericordia corporale 2. Seppellire i morti

Cremazione o sepoltura?

«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». Sono le parole di Gesù (Luca 9,60). L’urgenza dell’annuncio supera anche la pietà verso i defunti. Oggi nei grandi centri urbani la pratica della sepoltura è stata superata da quella della cremazione. La Chiesa Cattolica consente la pratica della cremazione ai suoi fedeli dal 1963, anno in cui Papa Paolo VI consentì la libertà di tale scelta approvando l’istruzione “De cadaverum crematione: Piam et constantem” emanata il 5 luglio 1963 in cui si afferma che “di fatto l’abbruciamento del cadavere, come non tocca l’anima, e non impedisce all’onnipotenza divina di ricostruire il corpo, così non contiene, in sé e per sé, l’oggettiva negazione di quei dogmi. Non si tratta, quindi, di cosa intrinsecamente cattiva o di per sé contraria alla religione cristiana “. Nel 1968 la Sacra Congregazione per il Culto Divino, con il decreto “Ordo Exsequiarum”, stabilì la concessione del rito e delle esequie cristiane a chi volesse scegliere la cremazione. A Torino e Milano si è arrivati al 50%. In Italia nel 2006 sono state effettuate 53.000 cremazioni, che corrispondono al 9,5% dei decessi (558.000 nello stesso anno), poco più di un quarto rispetto alla percentuale media dell’Unione Europea (36%). Oggi sono in funzione 45 crematori (31 al nord, 9 al centro e 5 al sud).

I vantaggi sono molteplici: Il corpo non deve essere esumato dopo 10 anni come d’obbligo per le sepolture (a meno di una costosissima tomba di famiglia), dato l’affollamento dei cimiteri; assenza dell’alto costo di una lapide; grazie all’urna cineraria si possono avere sempre con sé in casa – nell’ambiente dove ha sempre vissuto il defunto – le spoglie mortali dei propri cari. La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana» (can. 1176). Alla presentazione del “Nuovo Rito delle Esequie” è stato ricordato che “La celebrazione cristiana dei funerali è celebrazione del mistero pasquale di Cristo Signore”.  Questa affermazione posta nell’incipit delle Premesse generali al Rito delle esequie è la ragione di un aggiornamento che recepisce i profondi cambiamenti intercorsi nella società e nell’atmosfera culturale, dopo la prima edizione del 1974, sulla base della tipica del 1968.Che cosa è cambiato?

La società non è più mortale, anzi “la società post- mortale” ha messo a tacere la morte, grazie alla scomparsa dalla coscienza degli individui di questa esperienza. La spia più intrigante di tale cambiamento è proprio la rimozione della parola morte dal linguaggio corrente al punto che l’eufemismo è diventato il killer della morte. La morte, in realtà, è rimossa dall’orizzonte della vita quotidiana anche dal punto di vista percettivo mentre proliferano le sue spettacolarizzazioni mediatizzate, che trasformano in fiction anche la violenza reale che genera morte. I malati terminali stanno negli hospice, si muore per lo più in ospedale, ai bambini non si fa vedere la salma dei nonni perché potrebbe turbarli, e così si resta analfabeti e muti di fronte a un evento che è parte della vita, sia perché inevitabile, sia perché contribuisce a definirne il senso, a riordinare le priorità, a non confondere mezzi e fini, a vivere con pienezza, come un dono, ogni giorno che ci è regalato.

In un orizzonte immanente la morte è un fatto privato per le persone “comuni” o pubblico per le celebrità: un evento che si affronta in solitudine, senza strumenti di rielaborazione, perché il linguaggio della contemporaneità li ha cancellati dal suo vocabolario; oppure un evento che si consuma sotto i riflettori, un “media event” che fa notizia per un paio di giorni e regala un po’ di visibilità a qualche personaggio, o produce un po’ di “retorica della pietà a distanza”, come la chiamava Boltanski, ma che non aiuta chi resta a elaborare il “passaggio”. Rispetto a questo scenario contemporaneo, nelle società pre-secolarizzate la morte non era affatto una questione privata e la ricchezza e complessità dei riti funebri fin dall’antichità testimonia almeno due aspetti: il carattere di mistero della morte, che va quindi trattata con solennità e rispetto (un mistero che ci accoglie, non che ci schiaccia); e il carattere collettivo di questo evento, che riguarda il defunto, la sua famiglia, ma anche tutto il genere umano. Il rito funebre ha la funzione di accompagnare chi è direttamente colpito dal lutto, e di preparare chi lo sarà in seguito, in un cammino che non è né privato né pubblico ma, appunto, collettivo e comune: dove pubblico è legato alla visibilità, mentre comune ha una valenza antropologica: ciò che riguarda l’essere umano in quanto tale. Benveniste fa risalire il termine ‘rito’ a una radice che indica “ordine”: oggi diremmo che il rito è un “dispositivo”, un’interfaccia che traduce il disordine e il caos (della morte come pura fine, nonsenso, disperazione o rassegnazione) in un ordine di significati elaborati collettivamente.

Il rito delle esequie si iscrive in quelli che Van Gennep, e più tardi Victor Turner, hanno definito “riti di passaggio”. Nei momenti di “transito” (da uno status a un altro, come nel matrimonio, o dalla vita alla morte) è importante che la fase compresa tra il distacco e il ritorno a una nuova normalità sia accompagnata, perché è la fase più delicata: quella dove ci si può perdere, dove nelle società più tradizionali si rischia di mettere a repentaglio l’ordine sociale, mentre nelle società “liquide” come la nostra si accresce il senso di caos, mancanza di significati, nichilismo. Le esequie cristiane non sono uno spettacolo, anche se utilizzano la ricchezza e pluralità di codici della liturgia. La dimensione rituale non ha solo una funzione consolatoria, ma è un medium-messaggio che iscrive l’evento inevitabile della morte in una cornice di senso che, se non cancella la tristezza e il senso di perdita di chi resta, li libera però dall’angusto orizzonte del non senso che genera angoscia e disperazione, o un vuoto che corrode la vita. E la dimensione collettiva, sostenuta da questo orizzonte di speranza, ha una funzione fondamentale perché il portare insieme il peso della sofferenza, il com-patire, il ricordare insieme la persona defunta come testimoni del suo passaggio sulla terra, l’aiutarsi a vicenda a raccogliere l’eredità di chi ci ha lasciato, sono tutte modalità non spettacolari, ma profondamente umane e umanizzanti di vivere la profonda congiunzione di vita e morte nelle nostre esistenze, e di prepararci con fiducia al passaggio verso una nuova vita.

Giorgio Nadali

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